Creative Director
Silvia Gibertoni
Arte, materia e una visione personale del design
Il percorso della Creative Director di Stoneform e Brianform non nasce da una formazione tradizionalmente legata al design. Si è costruito attraverso esperienze diverse, tra istituzioni culturali, mondo dello spettacolo e fondazioni lirico-sinfoniche, fino all’incontro con la materia e con il progetto.
Oggi Silvia Gibertoni porta nelle due aziende uno sguardo personale, nel quale arte, moda, cultura e sensibilità estetica incontrano la grande tradizione artigianale italiana.
L’intervista
Il suo percorso professionale nasce lontano dal mondo del design. Che cosa ha portato con sé di quelle esperienze?
Ho lavorato per molti anni in contesti molto diversi da quello in cui mi trovo oggi, ma sempre vicini alla cultura, allo spettacolo e alla bellezza. Sono esperienze che mi hanno insegnato soprattutto a osservare.
Non ho mai considerato il mio percorso precedente come qualcosa di separato da ciò che faccio oggi. Al contrario, credo che ogni esperienza costruisca una parte del nostro sguardo.
Anche i quattordici anni di danza classica hanno avuto un’importanza fondamentale nella mia formazione. La danza educa al rigore, alla disciplina, ma soprattutto all’armonia, alla proporzione e al rapporto tra corpo e spazio. Sono concetti che ritrovo continuamente nel design.
Come è avvenuto l’incontro con Stoneform e con il marmo?
È stato prima di tutto un incontro con la materia.
Il marmo possiede qualcosa che difficilmente si riesce a spiegare soltanto attraverso le sue caratteristiche tecniche. È una materia antica, naturale, irripetibile. Ogni lastra porta con sé una storia che esisteva molto prima di noi.
Quello che mi affascina è la possibilità di partire da questa materia così potente e darle un linguaggio contemporaneo, senza privarla della sua identità.
Non mi interessa che il marmo sia semplicemente prezioso. Mi interessa ciò che può diventare.
Nella sua visione ritorna spesso il rapporto tra bellezza e percezione. Quanto la interessa la neuroestetica?
Moltissimo, perché pone una domanda che trovo affascinante: perché alcune forme, alcuni colori, alcune proporzioni o alcuni materiali riescono a produrre in noi un’emozione?
La bellezza non è soltanto decorazione. Il nostro cervello reagisce agli spazi, alla luce, alle proporzioni, ai colori, alla materia.
La neuroestetica studia proprio il rapporto tra esperienza estetica e cervello e credo che sia un territorio estremamente interessante anche per chi si occupa di design.
Quando progetto o partecipo alla costruzione di un’immagine, mi interessa sempre la sensazione che quella cosa produrrà in chi la guarda o la vive. Prima ancora di chiedermi se qualcosa sia bello, mi interessa capire che cosa fa sentire.
Che cosa significa per lei essere Creative Director di Stoneform?
Non significa semplicemente scegliere un prodotto o un’immagine. Significa costruire un’identità.
Mi interessa mettere in relazione mondi differenti: il marmo con il legno, il metallo, il vetro, la pelle; il design con la moda; l’artigianato con la ricerca contemporanea.
Credo molto nelle contaminazioni. Spesso è proprio dall’incontro tra elementi apparentemente lontani che nasce qualcosa di nuovo.
Il mio lavoro consiste anche nel cercare queste connessioni, nel riconoscere un’intuizione e nel trasformarla, insieme alle persone che possiedono le competenze tecniche e artigianali, in qualcosa di concreto.
Quanto conta l’artigianalità nel vostro lavoro?
È fondamentale.
Possiamo parlare di design, tecnologia e innovazione, ma alla fine ci sono ancora le mani di qualcuno che conosce profondamente la materia.
L’artigianalità italiana è un patrimonio enorme perché unisce competenza e capacità di interpretazione. L’artigiano non è semplicemente colui che esegue: spesso è colui che rende possibile un’idea.
Per questo, per me, il Made in Italy non dovrebbe essere soltanto un’etichetta geografica. È un modo di lavorare, fatto di conoscenza, cultura della materia, attenzione al dettaglio e capacità di realizzare anche ciò che non esiste ancora.
E poi c’è un aspetto al quale tengo particolarmente: la materia deve poter essere vissuta, non soltanto rappresentata.
Oggi il rendering è uno strumento straordinario per immaginare ciò che ancora non esiste e naturalmente lo utilizziamo anche noi. Ma Stoneform non esiste soltanto attraverso le immagini.
Nel nostro showroom nel cuore della Brianza, a Cantù, è possibile entrare realmente in contatto con ciò che facciamo: vedere il marmo, toccarlo, osservarne da vicino le venature, confrontare e scegliere le pietre, ma anche vedere e toccare i prodotti che abbiamo già realizzato e comprendere concretamente come vengono lavorati.
Perché il marmo non è soltanto colore e venatura. La stessa pietra può restituire sensazioni completamente diverse a seconda della lavorazione della superficie: può essere liscia e lucida, opaca, spazzolata, bocciardata o assumere texture più materiche. Sono differenze che una fotografia o un rendering possono mostrare solo in parte. Bisogna passarci una mano sopra per comprenderle davvero.
Ed è proprio questo che il nostro showroom rende possibile: non soltanto vedere ciò che realizziamo, ma toccare la materia, confrontarne le lavorazioni e capire come un progetto viene trasformato in qualcosa di reale.
Stoneform lavora molto sul su misura. È anche questo un modo di intendere il lusso?
Assolutamente sì. Per me il lusso non è qualcosa che diventa di moda, viene replicato e alla fine finisce per essere uguale per tutti. Il lusso è prima di tutto unicità.
Penso all’alta moda. Il vero privilegio non è indossare un abito prodotto in serie, per quanto esclusivo possa essere, ma avere la possibilità che lo stilista di una maison crei un abito per te, sulle tue proporzioni, sulla tua personalità, sul tuo modo di essere. Quell’abito nasce per te ed è soltanto tuo.
Nel design, per me, dovrebbe accadere la stessa cosa. Un arredo non deve necessariamente nascere per essere replicato all’infinito: può essere pensato per una persona, per uno spazio preciso, scegliendone le proporzioni, i materiali, le finiture e ogni dettaglio.
Con la pietra naturale questo concetto diventa ancora più forte, perché anche la materia è unica: non esisteranno mai due lastre perfettamente identiche.
È questa la mia idea di lusso: non possedere ciò che hanno tutti, ma qualcosa che è stato pensato, disegnato e realizzato per te.
Esiste una regola che segue quando sceglie qualcosa?
Cerco di non partire mai dalla tendenza.
Naturalmente guardo moltissimo ciò che accade nella moda, nell’arte, nell’architettura e nel design. Ma una tendenza mi interessa soltanto quando può essere interpretata.
Preferisco un oggetto che abbia personalità, magari anche imperfetto o inatteso, a qualcosa di impeccabile ma incapace di lasciare una sensazione.
Credo che l’identità nasca proprio da questo: guardare ciò che accade intorno a noi senza perdere il proprio sguardo.
E oggi, che cosa vorrebbe raccontare attraverso Stoneform?
Vorrei raccontare una materia antica senza renderla antica.
Vorrei che Stoneform conservasse la cultura e la competenza che appartengono alla grande tradizione italiana della lavorazione della pietra, ma avesse sempre il coraggio di guardare oltre: alla moda, all’arte, a nuovi materiali, a nuovi linguaggi e alle nuove generazioni creative.
Perché credo che la tradizione abbia davvero valore quando non diventa nostalgia, ma diventa il punto da cui partire per costruire qualcosa di nuovo.
Mi torna spesso in mente un pensiero attribuito a Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo: «siamo come nani sulle spalle di giganti». Possiamo vedere più lontano non perché siamo più grandi di chi ci ha preceduto, ma perché possiamo salire sulle spalle di chi, prima di noi, ha costruito conoscenza, esperienza e bellezza.
Trovo che nel design sia esattamente così. Non dobbiamo liberarci di ciò che abbiamo ereditato per essere contemporanei: dobbiamo conoscerlo, farlo nostro e avere il coraggio di portarlo più avanti.
«È questo, per me, il futuro: avere radici abbastanza profonde da permetterci di guardare più lontano.»